Cose che amo della Francia #1

Attenzione, questo è un post sexy. Donne preparatevi, uomini prendete spunto e compratevi una polo blu (spiegazione a seguire).

In Francia, i pompieri sono molto, molto diversi rispetto ai nostri. Due donne su tre qui hanno le fantasie sexy sui pompieri. E la cosa è normale: in genere il pompier french è alto 1,90, bello e muscoloso, capelli quasi sempre corti, occhio blu nordico, bello e muscoloso, lui se ne va in giro insieme ad altri pompieri belli e muscolosi, sempre e rigorosamente in polo blu ben adesa sui muscoli. Che sia gennaio o agosto, lui c’ha la polo blu.

In genere, i pompieri li incontri in gruppo mentre stanno facendo il loro footing quotidiano verso le 9.30 (ieri sera ho visto un reportage sulla giornata tipo dei pompieri), tutti li a correre quindi con, in più della polo adesa, il pantaloncino corto su gamba muscolosa.

Nel reportage a un certo punto, questo gruppetto di pompieri aveva una chiamata d’urgenza per un incendio.Siccome non c’era tempo, il camion è venuto a prenderli e loro che hanno fatto? Si sono cambiati direttamente in strada, via i pantaloncini e maglietta, per mettere la tutona. Quindi ricapitoliamo: c’era un gruppo di pompieri, belli e muscolosi, NUDI, in strada. Ora, mi chiedo, dove sono io in quei momenti li? Che ci sto a fare in questo Paese?

Dettaglio non da poco, quando hai un problema o un incidente poco grave o medio, in Francia chi viene a salvarti con un’ambulanza rossa fiammante e la polo blu? Il pompiere, oh yeah!
A me è capitato, anche se alla fine abbiamo litigato: io ero li agonizzante che credevo di essere in fin di vita con almeno un emorragia interna generale e lui sosteneva che avessi solo un mignolo rotto e forse manco quello. No ma dico io.

Comunque, Il 13 luglio, questi brav’uomini organizzano niente po’ po’ di meno che un ballo. Le bal des pompiers. Aprono le caserme al pubblico e ovunque voi siate in Francia, quella sera li, c’é una festa pazzesca dove potete andare. Li trovete tutta la notte un sacco di gente che balla, un’orchestra che suona liscio e lenti vari e un esercito di pompieri belli, muscolosi e ubriachi. Fate vobis.

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Ma il padre della bambina ce l’ha una professione?

Avviso ai lettori: questo è un post- mammesco. Ma non di quelli cacche, pannolini e “oggi abbiamo messo il primo dentino” (vero A.?), no è un post amministrativo. Kafkiano. Un’odissea che qui a Parigi, ogni genitore deve affrontare quando e se, pazzo e amante del rischio, decide d’iscrivere il proprio figlio/a all’asilo o a qualsiasi attività ludica extra-scolastica.

Per dare subito un’idea dell’aria che tira qui, si sappia che a Parigi, quando sai di essere incinta, diciamo circa a tre, massimo quattro settimane di gravidanza, devi prenotare il posto in ospedale per partorire. Anche se sei scaramantica, sì. Magari non l’hai ancora detto a nessuno della tua famiglia, magari nemmeno al tuo compagno. Ma intanto il ginecologo, la sua segretaria e quella della clinica già lo sanno e ti aspettano. Puoi brindare con loro, son soddisfazioni. Se poi vuoi partorire in alcune cliniche super chic o molto propense a parti naturali e/o in acqua, ecco ti conviene prenotare ancora prima di smettere la pillola.

Una volta la progenitura arrivata, puoi cominciare a programmare il resto del suo percorso scolastico e magari trovargli uno stage in azienda. Personalmente, ho iscritto Creatura all’asilo quando ero al sesto mese di gravidanza. Non volendo saperne il sesso prima della nascita, nel modulo d’iscrizione, alla riga Nome ho scritto X e non mi è piaciuto per niente farlo.

Poi è cominciata la battaglia. Perchè prima sono bazzecole. Dopo, devi iscrivere Creatura a TUTTE le strutture possibili e immaginabili della città: asili, nidi, jardin d’enfant, materna, haltes-garderie (che sono nidi part-time), tate a casa tua, tate a casa loro…tutto in contemporanea. Facendo milioni di dossier, scrivendo milioni di lettere in cui spieghi perchè ogni struttura è quella essenziale e unica che serve alla tua progenitura, senza la quale crescerà malissimo e sarà alcolizzata e/o dislessica. Noi per dire, nell’ultima lettera, abbiamo praticamente dovuto dire che la nostra tata attuale non va più bene, abbiamo quasi lasciato intendere che picchia la bambina e che non la nutre abbastanza, e che la situazione non può più continuare. Ho paura che chiamino il Telefono Azzurro adesso, per dire.

Tutto questo poi secondo un percorso amministrativo ben definito e imprescindibile, molto formale. Che non ti venga in mente di passare all’asilo per conoscere la direttrice, per esempio. Passare? Conoscere? “No guardi, la direttrice non riceve, al massimo puo` lasciare un messaggio la mattina del giovedi dalle 8 alle 9. Poi la contattiamo noi. E comunque lei non dipende da quest’asilo” mi è stato risposto più volte al citofono, davanti a un cancello chiusissimo.

Alcune rare e fortunate volte, l’iscrizione si può fare per telefono, ma devi rispondere a delle domande, alcune ovvie come nome del bambino, età, etc e altre, surreali come queste che mi sono state poste questa mattina, per iscrivere Creatura a un asilo part-time ben due pomeriggi a settimana (con questo tono da verbale in questura): “Che professione esercita, se ne ha una? Lei vive con il padre della bambina? Lei ha lo stesso cognome della bambina? Il padre della bambina, ha anche lui una professione e se si quale?”. Ho pensato, a un certo punto, che mi avrebbe chiesto se sono comunista e se ho mai partecipato a un attentato terroristico come nel questionario per entrare negli Stati Uniti. Alla fine, siamo in lista d’attesta (per settembre). Prima di noi, ci sono 60 famiglie.

Recentemente, ho voluto iscrivere Creatura al Jardin d’enfant, posto meraviglioso del quartiere, a metà tra un asilo, una scuola Montessori e un’area giochi. Ho chiamato a febbraio 2012 per gennaio 2013. Mi è stato risposto, con anche un certo stizzo, che a gennaio 2013 entrano solo i bambini che sono in lista d’attesa dal settembre precedente. Quando ho chiesto cosa fanno i bambini rifiutati a settembre, durante questa benedetta attesa, mi è stato risposto che “aspettano”. Non fa una grinza. Alla fine, mi hanno congediato, pregandomi di farmi viva in novembre 2012 per un eventuale posto a settembre 2013.

E per finire, abbiamo voluto fare i genitori moderni ma in sintonia con la natura e abbiamo tentato di iscrivere Creatura al corso in piscina per bebé nageurs. Il giorno delle iscrizioni, siamo arrivato ingenui (e deficienti) verso le 10 (iniziavano alle 9). Centinaia di persone aspettavano in coda davanti alla piscina. I posti erano una trentina. Abbiamo ovviamente rinunciato subito ma andando via, ho scorto nella fila una mamma americana che conoscevo. Sgamata, la mamma americana era lì dalle 5 del mattino a far la coda ed è riuscita a iscrivere la figlia al corso. In più, la mamma sgamata americana aveva avuto un posto all’asilo del quartiere. Ce ne siamo andati via mesti e pieni di sensi di colpa per il futuro sportivo, ormai compromesso, della Creatura. L’ho poi incontrata più volte, la famosa mamma americana, dal nostro pediatra comune e ho scoperto che al corso la bimba non c’era mai andata perchè era sempre malata: all’asilo si beccava tutti i microbi degli altri bambini.

Forse una giustizia c’è. Ora vado a iscrivere Creatura al Master.

Il fait bon o l’arte del cambio di stagione

E poi arriva la primavera, anche a Parigi. Solo che la primavera francese è sorniona, arriva senza preavviso. Un giorno piove e gli alberi sono spogli, l’aria è umida, il cielo plumbeo. E paf, l’indomani è tutto un germoglio, cielo azzurro, brezza fresca, sole. Tac, vi ho fregati anche quest’anno sembra dire lei, la stagione furbetta.

I parigini però non li frega nessuno. È cosi che quel primo giorno lì, quello col sole e la brezza, loro si riversano nei bar, nei caffé, nei parchi. Pronti, già in maglietta e senza calze, non appena il termometro supera i 16 gradi. Sono forti questi francesi: dall’oggi al domani cambia tutto, la gente sorride, tutti lì a parlar del tempo, facendo un po’ finta di niente. “Mmmouais, il fait bon”. Questa frase incredibile che testimonia di tutta la loro impermeabilità emotiva, questa forza incredibile che hanno. Non fa caldo (indicazione meterologico-temporale esterna) o come si sta bene (indicazione fisico-personale interna), no, loro dicono letteralmente: fa buono. Un misto tra personale e impersonale, un po’ indifferente, un po’ contento, comunque sempre distaccato.

Ma torniamo ai parigini, che son lì con come fa buono, e come faccio ora a tornare in ufficio dopo un pranzo in terrasse. Per quel che mi riguarda, ogni sacrosanto anno, divento matta. Non lo so, mi sembra che in Italia, la transizione sia più graduale. Piano piano si passa dal piumino al cappotto, poi si osa la giacca di pelle e magari un bel blazer. C’è tutto il tempo di sfoggiare un paio di collezioni intere, non per niente si chiamano Autunno-inverno e Primavera-Estate. Qui si potrebbe tranquillamente riassumerle a Inverno e Estate.Mi è capitato ieri, 15 marzo, giornata particolarmente calda a Parigi, di vedere due ragazze in pantaloncini di jeans cortissimi. In PANTALONCINI. Io avevo ancora il parka, per dire.

Ma come fanno? Sembra che siano pronti da mesi, che la sera facciano le prove look estivo, che prenotino cene nei ristoranti all’aperto da mesi e le disdicano tutti i giorni, fino a quello buono. Un grado di più, e tutti nei parchi a fare pic-nic, con i SANDALI. Ora io donna sono, e sono anche onesta: non arrivo proprio sempre sempre in zona primaverile perfettamente in ordine a livello peluria invernale + pedicure da estate. Lo so, lo so, Sarah Jessica Parker e anni di telefilm americani non mi hanno insegnato nulla ma confesso senza pudore che non sono cosi pronta. Per non parlare del famoso, fantomatico e fantozziamo cambio di stagione. Ma come fa sta gente a gestire un armadio unistagionale dove gli stivali pelosi convivono con le hawaianas? No, non sono pronta.

Ma non lo sono neanche psicologicamente, non mi fido di questo sole che arriva cosi perentorio, a sorpresa, lo so già che se ne andrà. Che mi lascerà come una cretina con i miei piedi pieni di duroni nei sandali e un vento gelido. Con un freddo cane a maggio e tutti i golf messi via, nei sacchetti che aspiri l’aria e li riduce uno straccio du 5cm cubi. No, non mi faccio fregare, io. E mi sa che non sono la sola, visto che dietro a quelle con i pantalonicni corti ieri, 22 gradi, c’era uno con sciarpa, guanti e cappello. O forse sarà stato italiano.