Orfana del quotidiano

ImageSono orfana di quotidiano. La frase non ha nessuna accezione poetica, vuol dire quello che dice: non ho più un quotidiano da leggere tutte le mattine.

Sto parlando di un quotidiano cartaceo, una di quelle cose che non smetterò mai di comprare o leggere, pur essendo io ultra,super digital minded. Tutte le mattine (più o meno, eh, ma qui devo tirarmela un po`), TUTTE le mattine dicevo, faccio la mia rassegna stampa on line, passando da Le Monde.fr alla Stampa, ad Atlantico, il Guardian, etc. Poi apro Netvibes (aggregatore di flussi RSS) e passo in rivista blogs, siti vari, giornali un po’ piu’ di nicchia.

E fin qui tutto bene. Però, finita questa rassegna, mi resta come una sensazione confusa. Sarò pure digital, ma non sono digital “native” come si dice oggi, ovvero ai miei tempi tutta sta roba non c’era. E io mi svangavo la mia dose quotidiana di informazioni con il buon vecchio giornale che ti sporca le dita (momento nostalgico, manco avessi 70 anni).

Ho ancora bisogno della gerarchizzazione dell’informazione, per dirla in termini che usavo all’università. L’editoriale, la prima, la terza etc. Se no, non so tirar fuori l’essenziale quello per provare a fare la figa a cena con gli amici quando si parla delle primarie dell’UMP, per dire.

Qui in Francia, a livello quotidiani, stiamo messi maluccio. Il problema è uno e fondamentale: le Monde, che sarebbe l’unico per me degno di essere letto, è un giornale du soir, esce all’una a Parigi, un po’ più tardi in provincia. Quindi tutto il bel rituale della lettura della stampa la mattina, va a farsi benedire. Già perché io alle due ho la bolla al naso post-pranzo e gli occhi che si chiudono e dopo poco vado a prendere Creatura al nido. Una volta presa Creatura, ogni lettura del giornale diventa impossibile, a meno di non volersi ritrovare le pagine a pezzettini, trasformate in pacco regalo per il ciuccio e/o doudou e/o le macchinine. E poi, alle otto, vattelo a leggere un quotidiano alle otto di sera.

Liberation non lo posso proprio più leggere. Dalle ultime elezioni, è diventato del tutto un giornale di partito, mi sembra di leggere il giornale che ti manda a casa Carrefour o la Fnac. L’unica cosa interessante erano le pagine cultura, ma sono talmente astruse e parlano talmente di spettacoli/installazioni para-contemporaneo-trascendental-artistici che mi sento totalmente deficiente ogni volta che leggo le prime righe, anzi solo il titolo. Ci sto su mezz’ora solo sul sottotitolo.

Idem (troppo schierato) per il Figaro, anche se lo leggo a volte per le pagine cultura che sono belle pop e trash come piace a me, e la famose pagine “salmone”, l’economia. Les Echos, il Sole24Ore francese, è troppo economico-orientato, non mi basta. La Croix, quotidiano cattolico, fatto peraltro benissimo, manca di prospettive internazionali e le pagine politiche sono molto succinte.

Insomma, sono orfana. In compenso, compro chili di riviste. Spendo miliardi in riviste. Femminili soprattutto, ma anche cucina, decorazione, viaggio, psicologia, lifestyle.  Noi si compra anche le riviste di KITE-SURF, per dire. Valle a trovare la riviste di kite. Io leggo anche quelle, non si sa mai.

Quando andiamo al mare in famiglia, mio suocero diventa matto. Ancora non ne riviene di vedermi tornare dall’edicola con le braccia piene di riviste astruse. Ogni volta mi chiede: scusa, ma quanto spendi in giornali al mese? Sono anni che mi fa questa domanda, lui che è abbonato da secoli al Nouvel Observateur, e se lo porta dietro quando parte per il fine settimana e lo legge tutto, dall’inizio alla fine. Il mio budget annuo di carta stampata preoccupa molto mio suocero, secondo me teme che dilapidi la fortuna di suo figlio in Elle Decor.

Insomma, a casa mia c’è una pila che farebbe impallidire qualsiasi edicolante. Ecco, l’edicolante è un altro ostacolo alla mia lettura. A Parigi, non ci sono più edicole. E’ una strage: la più grossa specie in via d’estinzione di questo secolo sono gli edicolanti. L’edicolante parigino, poi, poveraccio, non ha quel vezzo tutto italiano di ricoprire totalmente la sua edicola di rosa con i vari fascicoli, giochi e oggetti vari di Barbie e Cars e chi più ne ha (che ti pare che sto a vendé giornali?), o tette da tutte le parti e di tutte le forme.

No, l’edicolante parigino è triste, la sua edicola, color verde scuro, è un buco nero, pieno di carta stampata serissima, inserti geo-politici da premio Nobel, magazines in tutte le lingue, anche in coreano. Non un orpello, non una cosa di troppo. Se ne sta li, al freddo, solo, manco due parole da scambiare ogni tanto. Mica come in Italia che l’edicolante è lo psicologo/confessore/ amico del cuore e ci scambi sempre due parole e na risata.

Il mio edicolante, per dire, è monco. Non ha una mano, quindi è sempre un casino per darti i giornali (una pila di solito), si arrangia con l’altra mano mentre io sto lì a guardarlo, senza osare aiutarlo, in un silenzio imbarazzante. Talmente imbarazzante che ho smesso di andarci. Quindi ora sono orfana di giornale e di edicola.

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Cose che amo della Francia #1

Attenzione, questo è un post sexy. Donne preparatevi, uomini prendete spunto e compratevi una polo blu (spiegazione a seguire).

In Francia, i pompieri sono molto, molto diversi rispetto ai nostri. Due donne su tre qui hanno le fantasie sexy sui pompieri. E la cosa è normale: in genere il pompier french è alto 1,90, bello e muscoloso, capelli quasi sempre corti, occhio blu nordico, bello e muscoloso, lui se ne va in giro insieme ad altri pompieri belli e muscolosi, sempre e rigorosamente in polo blu ben adesa sui muscoli. Che sia gennaio o agosto, lui c’ha la polo blu.

In genere, i pompieri li incontri in gruppo mentre stanno facendo il loro footing quotidiano verso le 9.30 (ieri sera ho visto un reportage sulla giornata tipo dei pompieri), tutti li a correre quindi con, in più della polo adesa, il pantaloncino corto su gamba muscolosa.

Nel reportage a un certo punto, questo gruppetto di pompieri aveva una chiamata d’urgenza per un incendio.Siccome non c’era tempo, il camion è venuto a prenderli e loro che hanno fatto? Si sono cambiati direttamente in strada, via i pantaloncini e maglietta, per mettere la tutona. Quindi ricapitoliamo: c’era un gruppo di pompieri, belli e muscolosi, NUDI, in strada. Ora, mi chiedo, dove sono io in quei momenti li? Che ci sto a fare in questo Paese?

Dettaglio non da poco, quando hai un problema o un incidente poco grave o medio, in Francia chi viene a salvarti con un’ambulanza rossa fiammante e la polo blu? Il pompiere, oh yeah!
A me è capitato, anche se alla fine abbiamo litigato: io ero li agonizzante che credevo di essere in fin di vita con almeno un emorragia interna generale e lui sosteneva che avessi solo un mignolo rotto e forse manco quello. No ma dico io.

Comunque, Il 13 luglio, questi brav’uomini organizzano niente po’ po’ di meno che un ballo. Le bal des pompiers. Aprono le caserme al pubblico e ovunque voi siate in Francia, quella sera li, c’é una festa pazzesca dove potete andare. Li trovete tutta la notte un sacco di gente che balla, un’orchestra che suona liscio e lenti vari e un esercito di pompieri belli, muscolosi e ubriachi. Fate vobis.

Di ovetti, politica e famiglie allargate

Sabato sera ero a un cenone di famiglia qui in Francia, di quelli tipici pasquali tra salsicce sul barbecue e uova di cioccolato. Eravamo in tanti: due famiglie si conoscevano per la prima volta pechè i capostipiti ultra-sessantenni, lei divorziata e lui vedovo, neo-coppia di innamorati, volevano presentarci tutti.

Quando due famiglie si incontrano, due mondi interi entrano in contatto, due storie e due visioni, con tutto il loro corteo di amori, rancori, frustrazioni e alleanze. Potenzialmente le cose possono andare benissimo e possono nascere nuovee belle simpatie. E cosi è stato sabato sera, fino a quando, mentre mangiavo l’ennesimo ovetto di cioccolato al caramello salato, ho rischiato di strozzarmi. Si è cominciato a parlare di politica e B, cognato della famiglia di lei (la divorziata), imprenditore nel settore delle costruzioni, nouveau riche, come li definiscono con un certo disprezzo qui, ha preso a lanciare provocazioni e frasi razziste, sugli immigrati, gli arabi (ma anche i russi e ancora un po’ pure gli italiani), sui funzionari dello Stato che non combinano niente da mattina a sera, sui giovani debosciati che lasciano un lavoro fisso per riprendere gli studi alle spalle dello Stato (come la sorella di sua moglie, che nel frattempo diventava livida).

Noi, del campo del vedovo, ci trattenevamo tutti ingoiando cibo e facendo sorrisetti di circostanza all’altro campo, quello della divorziata, a cui apparteneva B. Non si poteva litigare. Ma ad un tratto B. ha urlato tutto contento: “Ha ragione la Marine (Le Pen NdR), non se ne può più di questi immigrati che vengono a rubarci il lavoro!“. A quel punto, il mio di cognato, che invece ha già dichirato che voterà François (Hollande) e che due settimane fa gli anche stretto personalmente la mano, si è strozzato pure lui, ha mandato giù un sorso di bordeaux come fosse stata tequila, con la testa all’indietro, ha sbattuto sul tavolo il bicchiere e gli ha risposto:” Ah si? E chi li ha fatti venire a lavorare sui cantieri questi immigrati, io? E non ti fanno comodo questi immigrati che lavorano per te?

Apriti cielo. A questo punto la sorella della moglie di B. (lo so, è peggio di Beautiful), quella che era livida e che ha ripreso gli studi, la fancazzista insomma, ha colto la palla al balzo e ha cominciato a insultare B. Io pure mi sono inalberata e ho preso a criticare alcune riforme del lavoro di Sarkozy, tanto per aggiungere carne al fuoco e non passare per l’italiana pizza e fichi. B. si è barricato dietro posizioni ancora più razziste e dure, sua moglie, disperata all’idea di fare brutta figura, sudava e  cercava di spiegare ogni sua frase, parafrasandola. “no, ma guarda che lui è proprio buono con i suoi operai, l’anno scorso ha fatto pure una donazione a come si chiama, li quell’associazione di poveri…”. Mio marito giocava a Tetris con un altro marito e io lo insultavo, dicendogli: “Dai, intervieni, di qualcosa, di qualcosa di sinistra!“. Alla fine, anche i vari bambini, che fino a un minuto prima giocavano tranquilli tutti insieme, hanno cominciato a litigare col pretesto di chi avesse sbavato sul letto di chi, e si sono schierati ciascuno nel proprio campo d’origine. Una guerra civile, insomma. I capostitpiti, atterriti, vedevano già il loro futuro divorzio, prima ancora di risposarsi.

Devo ammettere che io, che sono diabolica, qui in Francia, cerco spesso di istigare questo genere di dibattiti e ogni volta che mi trovo in compagnia di un gruppo di persone, chiedo sempre a tutti “Chi voterai?“. Un po’ è curiosità, un po’ cerco di compensare la grande frustrazione du non poter io stessa votare. I Francesi sono abbastanza aperti e discutono volentieri delle loro opinioni politiche. Ma devo dire che, a questo giro, a parte la mia famiglia di pazzi, ho sentito molte persone scettiche, disilluse. La campagna elettorale non ha avuto molti seguaci, quelli che voteranno tra meno di quindici giorni, hanno già deciso da un bel po’ chi otterrà il loro prezioso voto. Gli altri, gli indecisi, che potrebbero essere addirittura superiori a quel famoso 21 aprile 2002 in cui Le Pen passò il primo turno insieme a Chirac, questi indecisi lo restano o lo sono ancora di più ad ogni micro-proposta che un candidato come un altro, lancia a mano a mano che l’attualità lo consente.

Micro-proposte che sono finalizzate ad accaparrarsi gli elettori radicali, quelli di Marine Le Pen e di Jean-Luc Melenchon, il candidato dell’estrema sinistra. Candidati che hanno raggiunto punteggi molto importanti (15% et 14,5%) e che hanno proposto, in un campo come nell’altro, soluzioni estreme: fra le altre, l’uscita dall’Europa, il ritorno della pena di morte, la regolarizzazione di tutti gli immigrati o l’immigrazione zero. Sono loro la vera sorpresa di questa elezione che non appassiona più nessuno, e saranno loro a fare la differenza il 6 maggio al secondo turno, quando ci sarà da decidere veramente.

Io il 6 maggio non sarò in Francia, mi evito cosi un’altra bella cena di famiglia con dibattito, strangolamento, bave, tetris, operai e ovetti di cioccolato.

 

 

Il viaggio della speranza

Vivo a Parigi da quasi 10 anni e da quasi 10, come tutti gli emigrati, faccio su e giù tra i due paesi, con una certa frequenza. In tutto questo tempo, ho avuto modo di sperimentare tutti i tipi di viaggio: treno, macchina, aereo, mi manca solo la nave (e la bici, ma ci sto pensando seriamente).

In aereo, mi vanto di aver fatto molte delle tratte Parigi-capoluogo italiano possibili: i classici Parigi-Milano, Parigi-Torino, Parigi-Roma, Parigi-Palermo, ma anche molti altri tra cui un Parigi-Pisa e un Parigi-Trapani, che è il più godurioso perchè quando atterri, ogni sacrosanta volta sei certo che, no, per forza, atterra in mare, e prima di partire ti porti via la valigia riempita di cannoli e busiate, e questo, si sa, è paradiso. Non da ultimo, la popolazione che fa questa tratta è unica e in via d’estinzione: per dire, ho incontrato gente che aveva spedito il loro labrador, e, una volta atterratti, lui stava li nella gabbia, ad aspettarli, sul tapis roulant. Ma questa è un’altra storia.

Da quando siamo entrati nell’era PC (post-Creatura) viaggiamo solo in aereo, e ogni volta io perdo 10 kg di sudore e stress, perchè la Creatura è uno di quei bambini che tutti odiano a bordo e che urla durante tutto il volo, e si addormenta solo sul trenino di ritorno dall’aereoporto (o in taxi, subito prima di arrivare a casa ovviamente). Continuiamo comunque imperterriti a prendere l’aereo con lei abbastanza spesso, e ogni volta lei si trasforma nell’Esorcista, ciònonostante suo padre ogni volta scende e dice: “Beh, dai è stata brava”, e io accanto sono madida, in lacrime e con il tremolio alla palpebra. Ma anche questa è un’altra storia.

Per anni, ho preso solo il treno, il grande TGV. Anni di su e giù, a farsi queste sette ore di viaggio, a incontrare gente che conosco o a conoscere gente che non avevo mai incontrato, a mangiare al vagone Bar dove adesso c’è un menu serio e ti vendono anche Elle e Le Point, ma per anni solo croque-monsieur e il finestrino per guardare fuori, in piedi. Anni tra Gare de Lyon, ai binari quelli là, quelli inculati che hanno i numeri mentre gli altri le lettere; e la Stazione Centrale che adesso è chicchissima, ma arrivaci tu una sera di lunedi alle 23.30 e cerca lo sportello per le reclamazioni che il treno ha ore di ritardo. Anni a farmi sette ore di viaggio con mia cognata (allora mia compagna di Erasmus) e dai, che sette ore ci passano in due, e poi lei, sistematicamente, dormiva in coma per sette ore anzi di più, perchè continuava a dormire anche quando il treno era fermo. Anni sempre a Gare de Lyon, che, se quando arrivi, non ti precipiti, alla coda dei taxi c’è il mondo e aspetti seimila ore. E poi magari ti precipiti, con la valigiona e la lattina d’olio buono che ti ha dato tua madre, e la maniglia di questa cara lattina del caro olio della cara mamma si rompe e si devasta a terra, mentre tutti gli altri ti passano vicino correndo con il trolley che fa rumore e ti fregano il posto in coda. Anni cosi, tutto sommato facili.

Non come quelli prima, quelli in cui, non avendo giorni di vacanza, ho preso sempre e solo il mitico treno di notte. Partenza venerdi sera alle 20, arrivo a Milano all’alba che solo quella santa di mia madre insonne mi veniva a prendere, ripartenza la domenica sera alle 23.30 e arrivo alle 8 a Paris, e via subito a lavorare. Anni così. Adesso hanno creato una nuova compagnia, Thello, che dovrebbe essere rivoluzionaria, comodissima e favolosa, ma a me, in tutto e per tutto, sembra identica al buon vecchio Artesia.

Quello sì che era un viaggio. A momenti c’andavo con la valigia di cartone e lo spago per legarla. Prima di tutto, la stazione di partenza: Bercy, che a Parigi non conosce nessuno. Nemmeno i tassisti, e ogni volta bisogna giurare e spergiurare che no, non è Gare de Lyon, no non è lo stadio, giuro ci sono dei binari lì dietro. Poi arrivi li, e in realtà dubiti anche tu che sia veramente una stazione, questo blocco di cemento, con tre binari e due treni, e una macchinetta che disttibuisce solo acqua e patatine. All’inizio del treno, una sorta di blocco e dietro tutte le persone che devono salire, stipate, ammassate, urlanti, che aspettano come se dovessero entrare al concerto dgli AC/DC. Poi il cancello si apre e tutti si precipitano in simultanea, correndo, anche qui con sti benedetti trolley che fanno un boato unisono allucinante.

Anche Centrale merita di spendere due parole, per le arie romantiche da cinema che offre alla partenza, quando arrivi e cammini per cercare il tuo vagone e cammini e cammini ancora e, alla fine, è sempre l’ultimo il tuo posto, quello in fondo, dopo il tetto-vetrata, nel nulla, con la nebbia anche ad agosto, il vagone vuoto e spento e il fumo che sale da sotto le ruote. Manca poco che dalla nebbia esca fuori Hercule Poirot.

Poi sali a bordo, e nove su dieci, ti capita come a me, di essere la sola donna con 5 uomini di tutti i continenti, oppure che sia luglio e ci sia lo sciopero di quelli che mettono le lenzuola (eh si, scioperano anche loro) e tu debba dormire direttamente sul cuoio o peggio sulla coperta di lanaccia, o ancora che due dei tuoi vicini di cucetta siano persone obese di 200 kg (verissimo) e che la notte sudino tanto tanto. O che aspetti con altre tre persone gli altri due passeggeri del tuo scompartimento, anche con una certa curiosità, e alla fine, arrivi una famiglia di quattro persone. QUATTRO, perchè i due genitori sono venuti con i loro adorabili bimbi e dormono con loro nella cuccetta e in totale siete in otto ed è sempre luglio. O da ultimo, che il treno si rompa e ti facciano scendere insieme a tutti i passeggeri e dopo une bella attesa, arrivino 6 pullmann e tu finisci il viaggio su uno di questi pullmann con il conduttore visibilmente ubriaco perchè l’hanno chiamato all’ultimo minuto e stava al bar, la radio a palla e gli altri passeggeri che chiacchierano come a una gita di classe, e alla fine quasi si canticchia contenti Azzurro, tutti insieme dai.

Ritardi, guasti, polizia che arresta il tuo vicino di cuccetta, gli odori lancinanti del vicino prima di essere arrestato, controlli silenziosi alle frontiere, quelli che sistematicamente si stupiscono perchè il controllore si tiene la carte d’identità, la lucina blu della cuccetta a quattro che non ti fa dormire, la coperta di quello di sopra che ti cade in testa….Quello che avviene nel tragitto in mezzo, lo sanno veramente solo coloro che hanno già fatto questo viaggio. Dico solo che tempo fa ero ad una festa a Milano in un hangar dove c’era moltissima gente, una di quelle feste dove incontri e saluti mille persone, e cosi stavo facendo. Poi sono andata in bagno e li c’era una ragazza che ha cominciato a fissarmi, ho pensato di conoscere anche lei. Lei mi guarda, socchiude gli occhi e dice: “Eri anche tu sul treno della speranza, vero?” Io socchiudo gli occhi a mia volta, e annuisco contrita, come se fossimo state in Vietnam insieme.

E voi, come sono i vostri viaggi da emigrati? Dai raccontate, ché magari ci facciamo un bel libro..

Ma il padre della bambina ce l’ha una professione?

Avviso ai lettori: questo è un post- mammesco. Ma non di quelli cacche, pannolini e “oggi abbiamo messo il primo dentino” (vero A.?), no è un post amministrativo. Kafkiano. Un’odissea che qui a Parigi, ogni genitore deve affrontare quando e se, pazzo e amante del rischio, decide d’iscrivere il proprio figlio/a all’asilo o a qualsiasi attività ludica extra-scolastica.

Per dare subito un’idea dell’aria che tira qui, si sappia che a Parigi, quando sai di essere incinta, diciamo circa a tre, massimo quattro settimane di gravidanza, devi prenotare il posto in ospedale per partorire. Anche se sei scaramantica, sì. Magari non l’hai ancora detto a nessuno della tua famiglia, magari nemmeno al tuo compagno. Ma intanto il ginecologo, la sua segretaria e quella della clinica già lo sanno e ti aspettano. Puoi brindare con loro, son soddisfazioni. Se poi vuoi partorire in alcune cliniche super chic o molto propense a parti naturali e/o in acqua, ecco ti conviene prenotare ancora prima di smettere la pillola.

Una volta la progenitura arrivata, puoi cominciare a programmare il resto del suo percorso scolastico e magari trovargli uno stage in azienda. Personalmente, ho iscritto Creatura all’asilo quando ero al sesto mese di gravidanza. Non volendo saperne il sesso prima della nascita, nel modulo d’iscrizione, alla riga Nome ho scritto X e non mi è piaciuto per niente farlo.

Poi è cominciata la battaglia. Perchè prima sono bazzecole. Dopo, devi iscrivere Creatura a TUTTE le strutture possibili e immaginabili della città: asili, nidi, jardin d’enfant, materna, haltes-garderie (che sono nidi part-time), tate a casa tua, tate a casa loro…tutto in contemporanea. Facendo milioni di dossier, scrivendo milioni di lettere in cui spieghi perchè ogni struttura è quella essenziale e unica che serve alla tua progenitura, senza la quale crescerà malissimo e sarà alcolizzata e/o dislessica. Noi per dire, nell’ultima lettera, abbiamo praticamente dovuto dire che la nostra tata attuale non va più bene, abbiamo quasi lasciato intendere che picchia la bambina e che non la nutre abbastanza, e che la situazione non può più continuare. Ho paura che chiamino il Telefono Azzurro adesso, per dire.

Tutto questo poi secondo un percorso amministrativo ben definito e imprescindibile, molto formale. Che non ti venga in mente di passare all’asilo per conoscere la direttrice, per esempio. Passare? Conoscere? “No guardi, la direttrice non riceve, al massimo puo` lasciare un messaggio la mattina del giovedi dalle 8 alle 9. Poi la contattiamo noi. E comunque lei non dipende da quest’asilo” mi è stato risposto più volte al citofono, davanti a un cancello chiusissimo.

Alcune rare e fortunate volte, l’iscrizione si può fare per telefono, ma devi rispondere a delle domande, alcune ovvie come nome del bambino, età, etc e altre, surreali come queste che mi sono state poste questa mattina, per iscrivere Creatura a un asilo part-time ben due pomeriggi a settimana (con questo tono da verbale in questura): “Che professione esercita, se ne ha una? Lei vive con il padre della bambina? Lei ha lo stesso cognome della bambina? Il padre della bambina, ha anche lui una professione e se si quale?”. Ho pensato, a un certo punto, che mi avrebbe chiesto se sono comunista e se ho mai partecipato a un attentato terroristico come nel questionario per entrare negli Stati Uniti. Alla fine, siamo in lista d’attesta (per settembre). Prima di noi, ci sono 60 famiglie.

Recentemente, ho voluto iscrivere Creatura al Jardin d’enfant, posto meraviglioso del quartiere, a metà tra un asilo, una scuola Montessori e un’area giochi. Ho chiamato a febbraio 2012 per gennaio 2013. Mi è stato risposto, con anche un certo stizzo, che a gennaio 2013 entrano solo i bambini che sono in lista d’attesa dal settembre precedente. Quando ho chiesto cosa fanno i bambini rifiutati a settembre, durante questa benedetta attesa, mi è stato risposto che “aspettano”. Non fa una grinza. Alla fine, mi hanno congediato, pregandomi di farmi viva in novembre 2012 per un eventuale posto a settembre 2013.

E per finire, abbiamo voluto fare i genitori moderni ma in sintonia con la natura e abbiamo tentato di iscrivere Creatura al corso in piscina per bebé nageurs. Il giorno delle iscrizioni, siamo arrivato ingenui (e deficienti) verso le 10 (iniziavano alle 9). Centinaia di persone aspettavano in coda davanti alla piscina. I posti erano una trentina. Abbiamo ovviamente rinunciato subito ma andando via, ho scorto nella fila una mamma americana che conoscevo. Sgamata, la mamma americana era lì dalle 5 del mattino a far la coda ed è riuscita a iscrivere la figlia al corso. In più, la mamma sgamata americana aveva avuto un posto all’asilo del quartiere. Ce ne siamo andati via mesti e pieni di sensi di colpa per il futuro sportivo, ormai compromesso, della Creatura. L’ho poi incontrata più volte, la famosa mamma americana, dal nostro pediatra comune e ho scoperto che al corso la bimba non c’era mai andata perchè era sempre malata: all’asilo si beccava tutti i microbi degli altri bambini.

Forse una giustizia c’è. Ora vado a iscrivere Creatura al Master.

Il fait bon o l’arte del cambio di stagione

E poi arriva la primavera, anche a Parigi. Solo che la primavera francese è sorniona, arriva senza preavviso. Un giorno piove e gli alberi sono spogli, l’aria è umida, il cielo plumbeo. E paf, l’indomani è tutto un germoglio, cielo azzurro, brezza fresca, sole. Tac, vi ho fregati anche quest’anno sembra dire lei, la stagione furbetta.

I parigini però non li frega nessuno. È cosi che quel primo giorno lì, quello col sole e la brezza, loro si riversano nei bar, nei caffé, nei parchi. Pronti, già in maglietta e senza calze, non appena il termometro supera i 16 gradi. Sono forti questi francesi: dall’oggi al domani cambia tutto, la gente sorride, tutti lì a parlar del tempo, facendo un po’ finta di niente. “Mmmouais, il fait bon”. Questa frase incredibile che testimonia di tutta la loro impermeabilità emotiva, questa forza incredibile che hanno. Non fa caldo (indicazione meterologico-temporale esterna) o come si sta bene (indicazione fisico-personale interna), no, loro dicono letteralmente: fa buono. Un misto tra personale e impersonale, un po’ indifferente, un po’ contento, comunque sempre distaccato.

Ma torniamo ai parigini, che son lì con come fa buono, e come faccio ora a tornare in ufficio dopo un pranzo in terrasse. Per quel che mi riguarda, ogni sacrosanto anno, divento matta. Non lo so, mi sembra che in Italia, la transizione sia più graduale. Piano piano si passa dal piumino al cappotto, poi si osa la giacca di pelle e magari un bel blazer. C’è tutto il tempo di sfoggiare un paio di collezioni intere, non per niente si chiamano Autunno-inverno e Primavera-Estate. Qui si potrebbe tranquillamente riassumerle a Inverno e Estate.Mi è capitato ieri, 15 marzo, giornata particolarmente calda a Parigi, di vedere due ragazze in pantaloncini di jeans cortissimi. In PANTALONCINI. Io avevo ancora il parka, per dire.

Ma come fanno? Sembra che siano pronti da mesi, che la sera facciano le prove look estivo, che prenotino cene nei ristoranti all’aperto da mesi e le disdicano tutti i giorni, fino a quello buono. Un grado di più, e tutti nei parchi a fare pic-nic, con i SANDALI. Ora io donna sono, e sono anche onesta: non arrivo proprio sempre sempre in zona primaverile perfettamente in ordine a livello peluria invernale + pedicure da estate. Lo so, lo so, Sarah Jessica Parker e anni di telefilm americani non mi hanno insegnato nulla ma confesso senza pudore che non sono cosi pronta. Per non parlare del famoso, fantomatico e fantozziamo cambio di stagione. Ma come fa sta gente a gestire un armadio unistagionale dove gli stivali pelosi convivono con le hawaianas? No, non sono pronta.

Ma non lo sono neanche psicologicamente, non mi fido di questo sole che arriva cosi perentorio, a sorpresa, lo so già che se ne andrà. Che mi lascerà come una cretina con i miei piedi pieni di duroni nei sandali e un vento gelido. Con un freddo cane a maggio e tutti i golf messi via, nei sacchetti che aspiri l’aria e li riduce uno straccio du 5cm cubi. No, non mi faccio fregare, io. E mi sa che non sono la sola, visto che dietro a quelle con i pantalonicni corti ieri, 22 gradi, c’era uno con sciarpa, guanti e cappello. O forse sarà stato italiano.

C’è una rivoluzione in atto

Ieri sera ho preso un taxi. La cosa in sè non è degna di nota, a meno che non si abiti a Parigi, non si tenga presente che erano le 23.30 e che c’è la Fashion Week. In questo caso, la notizia rileva dell’eccezionale. Perchè, come ogni parisien lo sa, in questa città i tassisti sono rarissimi, quasi sempre incazzati e scontrosi e, ovviamente, se ti prendono e ti accompagnano dove devi andare è per farti un favore. Non è che qui ti metti a fare come qualsiasi personaggio dei film americani, che non appena esci da un ristorante o litighi col tuo fidanzato in strada, alzi un braccio e sali veloce e misteriosa in un taxi. No, qui li devi supplicare, perchè il tuo indirizzo non è di strada per loro (di strada per dove poi??).

Da anni, uno degli argomenti preferiti dei parigini è proprio quello del carattere insopportabile di tassisti e camerieri. È un gran classico, come odio il metro, a Parigi si vestono tutti di nero o dire Beaubourg invece di Centre Pompidou. Fa figo e fa capire che non sei un qualunquissimo turista.

MA. Da un pò di tempo a questa parte, sta succedendo qualcosa.  Ho cominciato a sospettarlo con i primi timidi sorrisi. Mi sono fatta un po’ di domande quando i primi tassisti sono scesi ad aiutarmi per mettere la valigia nel bagagliaio a Orly. Mi è sembrato quasi ovvio nel momento in cui tutti i tassisti mi chiedevano quanti anni ha mia figlia, oh che carina e si mettevano a fare faccette nello specchietto retrovisore. Ma quando ieri sera, il mio charmantissimo conduttore, mi ha sentito tirar su col naso (eh si, sono una donna di classe e perennemente raffredata) e mi ha porto un fazzoletto di carta, ne ho avuto la certezza: c’è una rivoluzione in corso. E ora di che parliamo nelle cene mondane?