Il viaggio della speranza

Vivo a Parigi da quasi 10 anni e da quasi 10, come tutti gli emigrati, faccio su e giù tra i due paesi, con una certa frequenza. In tutto questo tempo, ho avuto modo di sperimentare tutti i tipi di viaggio: treno, macchina, aereo, mi manca solo la nave (e la bici, ma ci sto pensando seriamente).

In aereo, mi vanto di aver fatto molte delle tratte Parigi-capoluogo italiano possibili: i classici Parigi-Milano, Parigi-Torino, Parigi-Roma, Parigi-Palermo, ma anche molti altri tra cui un Parigi-Pisa e un Parigi-Trapani, che è il più godurioso perchè quando atterri, ogni sacrosanta volta sei certo che, no, per forza, atterra in mare, e prima di partire ti porti via la valigia riempita di cannoli e busiate, e questo, si sa, è paradiso. Non da ultimo, la popolazione che fa questa tratta è unica e in via d’estinzione: per dire, ho incontrato gente che aveva spedito il loro labrador, e, una volta atterratti, lui stava li nella gabbia, ad aspettarli, sul tapis roulant. Ma questa è un’altra storia.

Da quando siamo entrati nell’era PC (post-Creatura) viaggiamo solo in aereo, e ogni volta io perdo 10 kg di sudore e stress, perchè la Creatura è uno di quei bambini che tutti odiano a bordo e che urla durante tutto il volo, e si addormenta solo sul trenino di ritorno dall’aereoporto (o in taxi, subito prima di arrivare a casa ovviamente). Continuiamo comunque imperterriti a prendere l’aereo con lei abbastanza spesso, e ogni volta lei si trasforma nell’Esorcista, ciònonostante suo padre ogni volta scende e dice: “Beh, dai è stata brava”, e io accanto sono madida, in lacrime e con il tremolio alla palpebra. Ma anche questa è un’altra storia.

Per anni, ho preso solo il treno, il grande TGV. Anni di su e giù, a farsi queste sette ore di viaggio, a incontrare gente che conosco o a conoscere gente che non avevo mai incontrato, a mangiare al vagone Bar dove adesso c’è un menu serio e ti vendono anche Elle e Le Point, ma per anni solo croque-monsieur e il finestrino per guardare fuori, in piedi. Anni tra Gare de Lyon, ai binari quelli là, quelli inculati che hanno i numeri mentre gli altri le lettere; e la Stazione Centrale che adesso è chicchissima, ma arrivaci tu una sera di lunedi alle 23.30 e cerca lo sportello per le reclamazioni che il treno ha ore di ritardo. Anni a farmi sette ore di viaggio con mia cognata (allora mia compagna di Erasmus) e dai, che sette ore ci passano in due, e poi lei, sistematicamente, dormiva in coma per sette ore anzi di più, perchè continuava a dormire anche quando il treno era fermo. Anni sempre a Gare de Lyon, che, se quando arrivi, non ti precipiti, alla coda dei taxi c’è il mondo e aspetti seimila ore. E poi magari ti precipiti, con la valigiona e la lattina d’olio buono che ti ha dato tua madre, e la maniglia di questa cara lattina del caro olio della cara mamma si rompe e si devasta a terra, mentre tutti gli altri ti passano vicino correndo con il trolley che fa rumore e ti fregano il posto in coda. Anni cosi, tutto sommato facili.

Non come quelli prima, quelli in cui, non avendo giorni di vacanza, ho preso sempre e solo il mitico treno di notte. Partenza venerdi sera alle 20, arrivo a Milano all’alba che solo quella santa di mia madre insonne mi veniva a prendere, ripartenza la domenica sera alle 23.30 e arrivo alle 8 a Paris, e via subito a lavorare. Anni così. Adesso hanno creato una nuova compagnia, Thello, che dovrebbe essere rivoluzionaria, comodissima e favolosa, ma a me, in tutto e per tutto, sembra identica al buon vecchio Artesia.

Quello sì che era un viaggio. A momenti c’andavo con la valigia di cartone e lo spago per legarla. Prima di tutto, la stazione di partenza: Bercy, che a Parigi non conosce nessuno. Nemmeno i tassisti, e ogni volta bisogna giurare e spergiurare che no, non è Gare de Lyon, no non è lo stadio, giuro ci sono dei binari lì dietro. Poi arrivi li, e in realtà dubiti anche tu che sia veramente una stazione, questo blocco di cemento, con tre binari e due treni, e una macchinetta che disttibuisce solo acqua e patatine. All’inizio del treno, una sorta di blocco e dietro tutte le persone che devono salire, stipate, ammassate, urlanti, che aspettano come se dovessero entrare al concerto dgli AC/DC. Poi il cancello si apre e tutti si precipitano in simultanea, correndo, anche qui con sti benedetti trolley che fanno un boato unisono allucinante.

Anche Centrale merita di spendere due parole, per le arie romantiche da cinema che offre alla partenza, quando arrivi e cammini per cercare il tuo vagone e cammini e cammini ancora e, alla fine, è sempre l’ultimo il tuo posto, quello in fondo, dopo il tetto-vetrata, nel nulla, con la nebbia anche ad agosto, il vagone vuoto e spento e il fumo che sale da sotto le ruote. Manca poco che dalla nebbia esca fuori Hercule Poirot.

Poi sali a bordo, e nove su dieci, ti capita come a me, di essere la sola donna con 5 uomini di tutti i continenti, oppure che sia luglio e ci sia lo sciopero di quelli che mettono le lenzuola (eh si, scioperano anche loro) e tu debba dormire direttamente sul cuoio o peggio sulla coperta di lanaccia, o ancora che due dei tuoi vicini di cucetta siano persone obese di 200 kg (verissimo) e che la notte sudino tanto tanto. O che aspetti con altre tre persone gli altri due passeggeri del tuo scompartimento, anche con una certa curiosità, e alla fine, arrivi una famiglia di quattro persone. QUATTRO, perchè i due genitori sono venuti con i loro adorabili bimbi e dormono con loro nella cuccetta e in totale siete in otto ed è sempre luglio. O da ultimo, che il treno si rompa e ti facciano scendere insieme a tutti i passeggeri e dopo une bella attesa, arrivino 6 pullmann e tu finisci il viaggio su uno di questi pullmann con il conduttore visibilmente ubriaco perchè l’hanno chiamato all’ultimo minuto e stava al bar, la radio a palla e gli altri passeggeri che chiacchierano come a una gita di classe, e alla fine quasi si canticchia contenti Azzurro, tutti insieme dai.

Ritardi, guasti, polizia che arresta il tuo vicino di cuccetta, gli odori lancinanti del vicino prima di essere arrestato, controlli silenziosi alle frontiere, quelli che sistematicamente si stupiscono perchè il controllore si tiene la carte d’identità, la lucina blu della cuccetta a quattro che non ti fa dormire, la coperta di quello di sopra che ti cade in testa….Quello che avviene nel tragitto in mezzo, lo sanno veramente solo coloro che hanno già fatto questo viaggio. Dico solo che tempo fa ero ad una festa a Milano in un hangar dove c’era moltissima gente, una di quelle feste dove incontri e saluti mille persone, e cosi stavo facendo. Poi sono andata in bagno e li c’era una ragazza che ha cominciato a fissarmi, ho pensato di conoscere anche lei. Lei mi guarda, socchiude gli occhi e dice: “Eri anche tu sul treno della speranza, vero?” Io socchiudo gli occhi a mia volta, e annuisco contrita, come se fossimo state in Vietnam insieme.

E voi, come sono i vostri viaggi da emigrati? Dai raccontate, ché magari ci facciamo un bel libro..

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Un pensiero su “Il viaggio della speranza

  1. Guarda, io in 5 anni di Parigi-Milano non ho mai preso un volo, sempre e solo il treno. Perché mi piace, mi rilassa, mi da’ il senso delle distanze da percorrere. Devo dire che mi ritrovo tantissimo in quello che scrivi. Una notte mi e’ addirittura caduto addosso uno dei signori con cui dividevo la cuccetta: era troppo ciccione e si e’ sganciata la brandina. Io ero sulla brandina sotto di lui. Comunque trovo tuttora che il viaggio in treno sia un viaggio piu’ umano, nel bene e nel male, e continuo a preferirlo (anche se oggi e’ piu’ economico l’aereo).

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